(n.0, pag. 10)

Irresistibile la tentazione: dedicare il primo articolo del primo numero di Campania Style ad Orazio Boccia, al Cavaliere del lavoro Boccia, se l’onorificenza aggiungesse qualcosa alla persona che semplicemente è in quanto è.

Cosa regala difatti un monile alla bellezza di una donna cui la natura ha donato grazia e belle forme?                                                  –

Del Cavaliere conoscevo soltanto la fama di imprenditore “princeps” del comparto tipografico, fondatore dell’azienda di arti grafiche nota al mondo dell’editoria come “Arti grafiche Boccia”.

È a quest’opificio tipografico d’eccellenza che, di concerto con lo staff, avevo deciso di affidare la stampa di questa rivista.

Chiedo un appuntamento ed eccomi pronta ad un approccio professionale su numeri e cifre. Sono introdotta. Elegante l’ambiente, sovradimensionata la scrivania di ciliegio per quell’uomo asciutto in golf azzurro e Wilson con filtro tra l’indice ed il medio. – Sarà sulla sessantina – mi dico. Mi dichiarerà di lì a poco che vanta ben ottantacinque primavere. Inevitabili i complimenti preludio alla storia della sua vita incredibile che cominciava in quel luogo d’abbandono qual era l’orfanotrofio Umberto I di Salerno più conosciuto come “serraglio”, sostantivo indicato come luogo di ammassamento delle bestie. -Io-mi dice-ho conosciuto la fame vera ed il freddo – ed ancora – ho gambe dritte perché dormivo sulle tavole per potermi coprire con il pagliericcio destinato a materasso –  Non una nota di biasimo, il suo racconto che pure suscita più che un luccicone lui lo accompagna ad un sorriso che inarca la guancia in una fossetta tenera e buffa che ancora uno sconto di anni fa ad un volto senza pieghe a dispetto degli anni e della fatica.

Curiosità la mia: -com’è “arrivato “- Il Cavaliere Boccia intuisce ed il racconto fluisce tra episodi di vita vissuta, l’elenco dei mille lavori svolti, l’orgoglio della militanza attiva nel Partito Comunista, la volontà tenace d’averla vinta su malasorte e sul discredito. – Serragliuolo – mi dice in vernacolo -e comunista-  non poteva esserci biglietto da visita peggiore finanche per il concorso a bidello che non superò per mero pregiudizio.  – La mia fortuna – aggiunge – nasce dalla mia sfortuna. Se non fossi stato al Serraglio non avrei imparato a fare il tipografo e se avessi vinto il concorso a bidello non avrei pensato di avviare una tipografia, la prima, scalcagnata e con la macchina stampatrice a mano-.

Si fa serio ed aggiunge in tono greve e mai didascalico: – il lavoro va affrontato con amore – E da qui una storia che io offro a voi lettori in versione sintetica come autentica lezione -Tre uomini a spaccare pietre;il primo per poter raggranellare qualcosa da portare a portare a casa lavora con fatica,il secondo madido di sudore lavora maldestramente per guadagnare di che sostentarsi .Ed il terzo? :- Perché spacchi pietre?- chiese il passante ,apprezzandone la precisione e l’assenza di fatica sul volto :- per costruire  la cattedrale  lì in fondo -fu la risposta. –

– Ciao nonno – Una giovane deliziosa, capelli ramati e sorriso dolcissimo irrompendo per un saluto affettuoso e fugace, interrompe la narrazione. – Vedi – mi dice – alle mie tre nipoti, ai miei due figli (Vincenzo Boccia presidente Confindustria nazionale e Maurizio n.d.r.) lo ripeto sempre: che abbiano presente in ogni momento che si rischia di tornare indietro quando ci si dimentica da dove si è venuti. A me ha anche spiegato che un grande uomo si può raccontare in sei righe. – Mi perdoni, allora, Cavaliere, io a Lei avrei dedicato un intero romanzo.

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